Italianissima ha un nuovo indirizzo www.italianissima.info, email per contatti red@italianissima.info.

Music Press ha un nuovo indirizzo www.musicflash.it, email per contatti musicpress@musicflash.it


Home: Articoli: Interviste

Luigi Maieron, intervistiamo il cantautore friulano in occasione del suo quarto album ''Vino tabacco e cielo''

Articolo di: Gian Luca Barbieri; pubblicato il 16/01/2012 alle ore 0.33.25.

maieron-vinotabacco-cd.jpg

Luigi Maieron ha pubblicato il suo quarto cd, ''Vino tabacco e cielo'' (PDT, Universal). Contiene undici tracce, parte in italiano, parte in dialetto friulano, che proseguono e approfondiscono il percorso rigoroso del cantautore, gia' presentato in passato in questo sito.

Luigi Maieron - Vino tabacco e cielo - cd cover

Luigi Maieron ha pubblicato il suo quarto cd, "Vino tabacco e cielo" (PDT, Universal). Contiene undici tracce, parte in italiano, parte in dialetto friulano, che proseguono e approfondiscono il percorso rigoroso del cantautore, già presentato in passato in questo sito. Si tratta di un disco dotato di notevole spessore, che con la sua essenzialità si pone volutamente in un ambito decentrato, fuori dalle mode e dalle lusinghe del mercato. Testi che invitano a riflettere. Arrangiamenti misurati, mai eccessivi o debordanti. Canzoni che si lasciano gustare con lentezza, senza fretta, meglio davanti a un camino acceso e nella penombra. Ci ha rilasciato questa intervista, in cui mette in luce alcuni interessanti aspetti della sua poetica.

Osservando i tuoi quattro cd in sequenza, ho notato alcune linee evolutive. La prima riguarda la lingua. Nei primi due tutte le canzoni erano in dialetto, mentre nel terzo e nel quarto compaiono anche testi in italiano, che in "Vino tabacco e cielo" sono più della metà. Mi sembra che qualche parola relativa a questa scelta sia d'obbligo...

Padre Maria Turoldo raccontava che una volta, da bambino, dopo che era stato ad aiutare suo padre nei campi, era rientrato con più fame del solito e sua madre gli aveva preparato meno minestra del solito. La mangiò in pochi secondi e poi rivolto a sua madre le chiese se c'era ancora qualcosa da mangiare. Non c'era niente e lei gli rispose: "Frut, si cres un pouc par volte", "Si cresce poco per volta" (frut , da frutto, sta per bambino). È questo uno dei principi che tengo a mente. Con il friulano ho la giusta "confidenza" perché è da sempre la mia prima lingua. In casa si parlava (e si parla) il friulano, il mondo che conosco a fondo è "in friulano", un mondo in bianco e nero fatto non solo di termini, di parole, ma anche di un modo d'essere, di una mentalità precisa. Provo a riportare quanto di utile c'è in un mondo in bianco e nero, convinto che questo mondo riesca un poco a riequilibrare certe esagerazioni della modernità. Fino a qualche anno fa, le canzoni in friulano riuscivano meglio, erano più vere. Ora invece, molte canzoni nascono in italiano spontaneamente, altre invece vogliono ancora il friulano: a secondo del tema scelgono una lingua anziché l'altra. Alla fine delle registrazioni mi sembrava che queste undici tracce fossero le migliori, indipendentemente dalla lingua usata.

Un'altra osservazione riguarda gli arrangiamenti, scarni ed essenziali (qualcuno direbbe minimalisti) nei primi due album, poi sempre più corposi, ricchi, vari. È una scelta che segna, a mio parere, un cambiamento di rotta a livello di poetica; non mi sembra un particolare accessorio.

Hai ragione. Sugli arrangiamenti mi sono rifatto ad una massima di Mauro Corona che dice che la vita è come scolpire, bisogna togliere anziché mettere. Insomma non sono le aggiunte che ci fanno vivere meglio ma le sottrazioni. Questo principio vale anche per la musica, per le parole; cerco di fare questo: una musica che esprime quello che vibra usando solo i suoni che servono. Una canzone è fatta di testo e musica e deve sintetizzarsi in un suono unico, deve esprimere una data cosa senza compromessi, il suono è la sintesi da raggiungere, senza trabocchetti o scorciatoie. Per gli strumenti mi sono rifatto ad un principio sempre valido in cucina, quello cioè di usare gli ingredienti del posto. Ho utilizzato quindi gli strumenti che conoscevo bene ed insieme alla mia band (Franco Giordani, Elvis Fior, Paolo Manfrin e Paolo Forte a cui si sono aggiunti Davide "Billa", Ellade Bandini, Simone Serafini e Francesco Piu) siamo stati molto attenti a come adoperarli: solo quello che serviva, nessuna nota e nessun suono in più.

A parte "Si vif" che è stato pubblicato dalla Eccher Music, gli altri tre tuoi dischi hanno confermato la tua preferenza per l'autoproduzione o per le etichette piccole. Una tua scelta di libertà, una difficoltà a trovare spazio in un mercato restio ad accogliere prodotti di qualità ma a rischio di scarse vendite?

In realtà questo album e distribuito dalla Universal, ma debbo dirti che non ho percepito differenze, in quanto il tipo di musica non si rivolge sicuramente ad un largo pubblico e quindi non è cambiato nulla. La mia unica aspirazione è arrivare alle persone che sono interessate a canzoni di questo tipo ma non le conoscono, non sanno che esistono. Mi spiace questo, non riuscire a fare compagnia a tante persone. Il principio della compagnia lo sento particolarmente. Certo l'euro serve a tutti, ma io ho già più cose di quelle che mi servono; invece quando qualcuno ti ferma o ti scrive ringraziandoti per la compagnia che gli fai... bè credo che non ci sia soddisfazione migliore che sentirsi utili.

Altri due particolari, che possono anche passare inosservati e che inserisco in un'unica domanda: in "Vino tabacco e cielo" per la prima volta non ci sono le traduzioni in inglese dei testi; e poi l'immagine della copertina in bianco e nero, che sembra voler trasmettere l'idea di un prodotto artigianale, uno di quegli oggetti di culto da collezionisti, tirati in poche copie e anche perciò pregiati. Sono due aspetti che si richiamano, si collegano o sono indipendenti l'uno dall'altro?

Questa domanda si collega a quanto detto sopra sulla sottrazione. Volevamo sottolineare il mondo in bianco e nero, la semplicità, l'essenzialità.

I tuoi testi, come già ti facevo notare, sono autentiche schegge di poesia. A mio parere, come le poesie, nascono da un lavoro di lima paziente e accurato. Quando ritieni che il tuo lavoro compositivo sia soddisfacente e abbia raggiunto la versione ultima, da mettere in musica e consegnare a un disco?

Sono cresciuto in un ambiente estremamente essenziale, allevato da due nonni che conoscevano bene la miseria e che rispettavano ciò che era utile e lasciavano andare il fronzolo. Non dico che questo sia sempre giusto, anzi l'eccessivo senso del dovere non rende agevole il cammino, ma sono stato allevato con questi principi, a volte spartani; ho sempre coltivato il senso dell' "utilità delle parole". Quando scrivo lo faccio al sicuro, circondato dalle mie montagne, nell'ambiente migliore, quello adatto a me e non posso non aspirare a dare il meglio che posso. Sono un artigiano che lavora con il fuoco acceso mentre fuori cade la neve o c'è il sole o c'è un'altra condizione della ciclicità delle stagioni, che la montagna esalta. Come un artigiano tolgo il legno per dare la forma, senza considerare il tempo che spendo ma solo il risultato da raggiungere.

Un'ultima domanda. Mi ha colpito il fatto che varie canzoni dell'album siano tratte da fonti diverse ("La cidule" è ispirata da una poesia di Gina Marpillero; "Cramar-marochin" da una poesia di Leonardo Zanier; "I fantasmi di pietra" dall'omonimo romanzo di Corona, e così via). Eppure il loro tono è intriso di autobiografismo, almeno nel sentire. Come si integrano le due dimensioni, quella della fonte letteraria e quella del tuo mondo interno?

Hai colto un aspetto molto importante. In questo album le canzoni in friulano nascono da testi dei tre maggiori poeti della mia terra. Volevo che fosse una terra a parlare, attraverso le sue massime sensibilità. Ho quindi preso quei testi e li ho rielaborati mettendoci qualcosa di mio, un lavoro a più mani perché l'espressione si allargasse. La musica poi è nata in modo spontaneo ed ha allargato i confini perché nel mio caso è sempre il testo che traccia la melodia, che fa riverberare una mentalità che distribuisce colori e sentimenti. Per "I fantasmi di pietra" invece è stato Corona a ventilare la possibilità di una canzone che ricordasse la tragedia del Vajont, avvenuta il 9 ottobre 1963. Ho preso spunto da un suo libro, dal racconto di un paese che si spopolava e che lasciava nelle vecchie case quello che non era stato espresso, che non era stato vissuto. La fonte letteraria è già intrisa di questo principio, la canzone è un seme della stessa pianta portato da un'altra parte che tu provi a bagnare, ad aiutare a trasformarsi in una nuova piantina.

Luigi Maieron: sito ufficiale.